Quanto vado sostenendo può sembrare un esasperato ingiustificato mio pregiudizio da imputarsi ad una personale, ostinata insofferenza verso la chiesa piuttosto che ad una realtà oggettivamente riscontrabile. Si direbbe cosa c’è di male nell’operato della chiesa dato che non fa altro che predicare in modo instancabile la via della virtù e del bene ed ammonire gli uomini a non lasciarsi sopraffare dal demonio?
Ebbene, a prescindere dal giro di miliardi legato al mercato delle cose sacre a cui si è già fatto cenno, le conseguenze negative ed a volte nefaste emergono chiaramente se non ci si ferma alla superficie e si vada a scavare nel profondo per vedere a che cosa viene indotto l’animo umano sotto la spinta della cultura della diversità e della militanza che fa del credente un soldato del suo Dio cui è affidata la missione di battersi contro gli infedeli e quelli di altra fede.
Come tutti sappiamo, le leggi di uno Stato, penali, civili, amministrative si ispirano sempre ad una certa cultura per cui si potrebbe dire che sono il prodotto di questa.
Leggi diverse corrispondono a culture diverse e, nei paesi democratici, alla cultura della maggioranza. La cultura di un popolo non è costituita soltanto dal complesso di cognizioni, di esperienze storiche, di usi e costumi tramandati nei secoli, ma anche dall’insieme dei comportamenti, estrinsecatisi nella vita pubblica e privata, i cui modelli del buono e del giusto sono ispirati da una certa morale religiosa.
In Italia non c’è partito, salvo insignificanti eccezioni, che non sia di ostentata ispirazione cristiana e che non si richiami quindi a quei valori che trovano il beneplacito del Vaticano.
Il termine cristiano è inflazionato dalla gara all’arruffianamento più vergognoso!
Persino l’integralismo comunista italiano per guadagnare il voto dei cattolici si guarda bene dal prendere le distanze o dal criticare l’operato della Chiesa.
In Italia formalmente è stata superata la teocrazia quale dottrina politica che riporta a Dio l’origine ed il fondamento del potere pubblico. In certi paesi la teocrazia non salva neanche la faccia e si impone quale forma di governo in cui la sovranità viene simbolicamente esercitata dalla divinità storicamente identificabile nel governo di uomini considerati quali gli interpreti più attendibili della volontà divina o in quello di re o capi ai quali vengono attribuiti caratteri e prerogative divini.
Di fronte ad un simile stato di cose è di intuitiva evidenza da cosa derivino l’intolleranza, gli odi e gli scontri anche sanguinosi di vere e proprie guerre che, tra alti e bassi, risparmiano nessuna parte del pianeta.
Se è vero che i valori religiosi vengono trasferiti nella politica e se è vero che la politica è la fonte di tutta la normativa che disciplina e regola la vita civile di un paese ponendo divieti, limitazioni, condanne, perfino nell’ambito della sfera intima e familiare (v. ad es. famiglie di fatto, aborto, divorzio, adozioni, omosessualità, ecc.), non si può non convenire che la religione ha un grosso peso sulle libertà individuali e familiari e su tutte le altre manifestazioni della vita al punto da considerarla, per chi la subisce, un’insopportabile oppressione di cui non è facile liberarsi.
In Irlanda, come nei Balcani, come in Medio Oriente, tanto per fare qualche esempio, ove per effetto delle diversità religiose che convivono sullo stesso territorio la minoranza etnico-religiosa subisce le vessazioni della fazione maggioritaria (favoritismi anche sul lavoro per assunzioni, carriere, licenziamenti, preferenze anche sfacciate nei concorsi, negli esami, nel riconoscimento di benefici vari, discriminazioni d’ogni genere, ecc.), si è arrivati alla lotta armata le cui conseguenze sono oggetto di cronaca quotidiana.
L’esempio più lampante delle conseguenze tragiche derivanti dalle intolleranze e dagli odi religiosi che inevitabilmente sfociano nei massacri, nelle persecuzioni e nella guerra, è cronaca quotidiana.
Il 10 \ 5 \ 99 si sono incontrati a Bucarest il Papa cattolico Giovanni Paolo II ed il Patriarca ortodosso-cristiano di Romania Teoctist per rivolgere un vigoroso appello alla pace, senza accorgersi che, al di là delle buone intenzioni, la causa prima, grave ed esiziale che ha portato dolore e sangue in quella vasta area era proprio la diversità religiosa che essi rappresentano; diversità che rende difficile se non impossibile, dopo lo scontro, la conquista ed il mantenimento di quella pace da loro solennemente auspicata ma che c’è mai stata e forse mai ci sarà per la ragione di fondo che non la consente.
Se quell’area fosse stata abitata da atei e da agnostici educati all’osservanza delle regole dettate dalla civiltà (rispetto umano, solidarietà, libertà, giustizia, ecc., così come concepiti da una morale e da una cultura laica), sicuramente non ci sarebbe stato bisogno di aspirare alla pace perché non ci sarebbe stata la guerra. La neutralità non crea conflitti o quantomeno non concorre a crearli.
Ho trovato estremamente interessante l’articolo di Bruno Crimi apparso su “Panorama” il 15 \ 4 \ 99 dal titolo: “Cronache del dopoguerra” per evidenziare l’estrema complessità della questione balcanica di fronte ad un’improbabile difficile pace.
L’autore si rifà all’autorevole opinione espressa da Faustino Troni, slavista e studioso di geopolitica, ambasciatore italiano presso l’OSCE (Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione Europea) il quale vive a Skopje (Macedonia) da molti anni, ed è un profondo conoscitore dei complicatissimi problemi balcanici.
“- Quasi per una reazione naturale - dice Troni, - si è innanzitutto rimessa in moto la solidarietà slavo-ortodossa, cioè quell’asse che dalla Russia, attraverso l’Ucraina, la Bulgaria, la Grecia, la Macedonia, giunge fino alla Serbia-.
Spiega Troni: - In questo caso il fattore religioso è più importante di quello etnico-culturale. Ed è per questa ragione che l’asse di cui si è parlato comprende la Grecia, che non è slava ma soltanto ortodossa. Ora l’influenza della religione sullo stato, addirittura l’identificazione dell’ortodossia con la nazione , è un fattore determinante per le scelte politiche dei governi e del popolo.
Così, mentre in Macedonia la gente (esclusa la consistente minoranza albanese, quasi il 40% degli abitanti) è decisamente solidale con la Serbia, il governo ……cerca di destreggiarsi in mezzo a mille contraddizioni tra il sostegno all’azione dell’alleanza atlantica e i sentimenti della popolazione. Atene è fedele alla Nato - sottolinea l’ambasciatore Troni - ma non bisogna dimenticare l’influenza veramente forte che esercita la chiesa sul governo -. Dall’inizio dei bombardamenti, il 24 marzo, il governo di Kostas Simitis, non si è stancato di affermare che era necessario trovare una soluzione politica al conflitto e che si dovevano fermare immediatamente i bombardamenti - e…… il presidente socialista del parlamento di Atene Apostolos Klaklamanis non ha esitato ad affermare che - l’Europa deve vergognarsi per il suo fallimento nell’opporsi a un’avventura la cui responsabilità ricade interamente sugli Stati Uniti - . Nella stessa occasione il Primate ortodosso Kristopulos ha espresso la sua - totale solidarietà nei confronti dell’eroico popolo serbo ”.
Continua l’autore dicendo che “al rafforzamento dell’asse slavo-ortodosso corrisponde la creazione di un asse est-ovest che, basandosi sulla Turchia, comprende la Bulgaria, l’Albania, la parte croato - musulmana della Bosnia, oltre all’Ungheria, entrata da poco nella Nato.
E’ vero che la Bulgaria è un paese in maggioranza ortodosso e che quindi è sentimentalmente vicino alla linea politico-strategica e religioso-culturale che da Mosca porta a Belgrado. Ma è anche vero che il governo di Sofia ha dato molte prove di pragmatismo e che la sua volontà di entrare nella Nato e poi nell’Unione Europea dovrebbe farlo optare per una scelta decisamente filo occidentale. A questo punto, basta guardare una carta dell’Europa per rendersi conto che l’isolamento e l’accerchiamento della Serbia, sarebbero totali. Questa prospettiva spaventa Mosca che nella federazione jugoslava ha l’unico vero referente europeo” dopo la defezione degli altri paesi ex sovietici.
Nel precisare che tali odi profondi ed insanabili hanno radici storiche molto lontane nel tempo, Troni non manca di rilevare che “ in questo contesto gli albanesi islamizzati dal dominio ottomano, dopo essere stati cristiani, sono gli alieni, il corpo estraneo dei balcani”. Aggiunge: ”e sei secoli di
storia non hanno modificato di una virgola questa visione da parte dei nazionalisti serbi che chiamano Turchi gli albanesi quando vogliono insultarli, cioè quasi sempre”.
Quanto ai corpi estranei non può non balzare alla mente la questione mediorientale tra palestinesi ed israeliani che, tra alti e bassi, nonostante i buoni propositi variamente e ripetutamente manifestati da alcuni responsabili di governo stanchi dei continui massacri, si trascina da molti anni in un conflitto senza fine.
Parecchi anni fa, nel corso di un discorso che aveva per oggetto le persecuzioni razziali nazifasciste sfociate nell’olocausto e la persistente, annosa, inestricabile contesa territoriale, un amico medico, ora defunto, mi disse che gli Ebrei, secondo lui, erano vittime del loro stesso razzismo; affermava infatti che nel corso dei secoli le tante colonie sparse nel mondo avevano sempre difeso strenuamente la loro identità culturale e religiosa, sì da impedire, nel modo più assoluto, quel processo di assimilazione che, in varia misura, ha contagiato le altre etnie più aperte e più disponibili all’integrazione tra i popoli.
Non so fino a che punto l’affermazione abbia riscontro di veridicità e fino a che punto essa contrassegni solo l’ebraismo; penso però che tre elementi molto importanti concorrano a rendere di difficile soluzione il problema della pacificazione mediorientale.
Gli ebrei pagano pesantemente, a mio avviso, quella autonobilitazione che essi attribuiscono, attraverso la Bibbia, alla propria stirpe e che costituisce il polo di aggregazione che li ha sempre compattati e resi solidali nei secoli, all’insegna dell’uno per tutti e tutti per uno contro tutti. Credendo fermamente di essere il popolo (l’unico) eletto da Dio e di poter rivendicare per diritto divino la terra promessa, gli Ebrei hanno finito per attirare su di sè l’odio insanabile di chi, presente sullo stesso territorio, manifesta di sentirsi ingiustamente depredato e snobbato. Secondo motivo è la presenza di una democrazia parlamentare di modello occidentale trapiantata nel cuore di un’estesa area caratterizzata da una civiltà araba la quale non ha conosciuto fino ad oggi che governi dispotici e tribali che mal sopportano il cattivo esempio di una civiltà molto diversa e molto vicina all’occidente “corrotto”.
Terzo motivo può essere dovuto alla scontentezza e quindi all’invidia nutrita da chi, provato dalle ristrettezze della diffusa povertà, pur covando il malcelato desiderio di godere le migliori condizioni di vita di un israeliano, rimane legato ad una tradizione e ad una cultura che non consente di stare al passo con modelli di sviluppo vietati dalla cultura islamica.
Nel nostro diritto civile esiste una norma che ricalca una disposizione del diritto romano circa il riconoscimento di un equo indennizzo in favore del conduttore del fondo, il quale abbia apportato delle migliorie allo stesso. Volendo spezzare una lancia a favore degli israeliani i quali sono propensi a dividere il territorio conteso, io direi ai Palestinesi più estremisti che lo rivendicano tutto, di tener conto delle migliorie apportate per arrivare ad un’equa compensazione: qualità in cambio della quantità! Avendo gli israeliani trasformato il deserto in terreno coltivato ed in aree urbane dotate di edifici moderni, con ottimi servizi e viabilità, l’incremento di valore di una parte del territorio cedibile per la costituzione di uno stato palestinese sovrano ed indipendente, potrebbe essere apprezzato quale l’equivalente economico della restante parte di territorio non più sacrificata ma concessa quale contropartita, secondo un criterio di equità che non mi sembra lesivo dei diritti di nessuno dei due contendenti.
Dato che non è cosa inventata la presenza sul territorio conteso di antiche tribù appartenenti alle due etnie, ma una realtà storica universalmente riconosciuta, e, ad un certo punto una soluzione di compromesso va pur sempre trovata ed adottata quale la più conveniente per tutti, dopo anni ed anni di gravi incomprensioni e di lutti, penso sinceramente che, giocoforza, sia giunto il momento di dare spazio alla ragionevolezza ed al buon senso.
Continuando il vecchio discorso, la ciliegina sulla torta della discordia forse davvero insanabile, è data da Gerusalemme, la città santa contesa da tre religioni monoteiste che, come in un gioco da bambini, è causa di una zuffa senza fine al grido di:- Gerusalemme è mia! Absit iniuria verbis, però, io penso che al di là della sacralità del luogo debba esserci necessariamente un grosso affare commerciale a cui nessuno vuole rinunciare.
Una umanità più matura e consapevole potrebbe consentire a chiunque di venire a venerare la propria pietra sacra in piena libertà, anche se la città possa rimanere sotto l’amministrazione di un solo Stato, rispettoso per convenzione e per statuto dei diritti di tutti.
Gli israeliani credono fermamente nella terra promessa dal Dio biblico, io invece credo fermamente nel mito biblico (cercherò di renderne ragione nelle pagine che seguono) poichè non credo che Dio avesse operato, tra le altre cose, l’assegnazione di terre, l’assegnazione ad un solo popolo, al suo popolo dimenticando tutti gli altri pure presenti sul pianeta. Mi chiedo poi a cosa possa essere servita, all’atto pratico, l’assegnazione se poi è mancato il riconoscimento da parte degli altri! Forse solo a innescare litigi!
Ognuno di noi può sentirsi un re ma se mancano i sudditi si rimane re soltanto di se stessi e della propria illusione. La credenza per gli israeliani può forse servire a cementare l’unione di tutti gli ebrei della diaspora ma può anche servire stranamente a scatenare, come è già avvenuto, l’avversione degli altri politicamente manovrati dai fomentatori dell’odio.
Tag: pregiudizio, realtà, nato, leggi, partito, partiti, legge, pregiudizi, integralismo