La Bibbia sacra solo di nome

By werehamster

Al noto aforisma della Chiesa Cattolica “ beato chi crede e non vede” si accompagna il corollario secondo il quale per credere bisogna essere toccati dalla grazia divina e per essere toccati dalla grazia divina bisogna credere. E’ un giro di parole che mi richiama alla mente una certa legge sulle migrazioni interne dell’immediato dopoguerra, la quale prevedeva che per ottenere il trasferimento di residenza bisognava dimostrare di avere il posto di lavoro e per avere il posto di lavoro bisognava essere residenti nel luogo in cui ne veniva fatta domanda.

Io penso che il credere non può essere disgiunto totalmente da un minimo di verifica critica su quanto viene affermato perché, diversamente, bisognerebbe credere a tutto quanto ci viene raccontato, in tutti i campi, con conseguente grave rischio di essere gabbati, truffati, presi in giro dal primo che passa, poco poco più furbo di noi.

Dire, d’altra parte, che bisogna credere ciecamente a qualcosa e non credere ciecamente a qualcos’altro mi sembra non sostenibile, non essendoci un elemento discriminante certo (una cartina del tornasole) in base al quale stabilire cosa è credibile e cosa invece non lo è. La Chiesa Cattolica invita a credere ciecamente in quello che essa va affermando, basandosi sulla tradizione storica e sui testi, vale a dire sulla Bibbia ed a rifiutare tutti gli altri insegnamenti e fatti raccontati che non darebbero garanzia di verità.

L’asserzione si presta a critica perché si pretende fedeltà assoluta, senza batter ciglio, non soltanto a quanto viene raccontato nei libri ed a come viene interpretato, ma anche a chi dell’interpretazione se ne assume la paternità. In altri termini, la Chiesa di Roma è parte in causa e, nel contempo, testimone di se stessa affermando che quello che racconta è vero e che quello che viene raccontato dagli altri è falso, né più e né meno di come farebbero gli altri per affermare la loro verità.

Di fronte ai tanti sacerdoti del vero che raccontano la loro verità senza uno straccio di prova, penso sia perfettamente legittimo dubitare di tutti e di tutto e cercare di vagliare fino a che punto è credibile quello che, in relazione al tempo-spazio dovrebbe essere assimilato come verità assoluta, dovrebbe ispirarci un modello di vita da adottare come regola morale della nostra condotta e, cosa non da poco, dovrebbe impegnarci vita natural durante all’osservanza dei tanti precetti religiosi e prescrizioni (messe, riunioni di preghiera, confessioni, sacramenti ecc.) che dovrebbero sottrarre tempo ed energie alle umane incombenze.

E’ indubbio che il cattolico di oggi, se fosse nato in Grecia, all’epoca di Omero, avrebbe creduto ciecamente negli dèi che venivano adorati in quel luogo ed in quel tempo, ed agli dèi Maja se fosse nato in Messico in epoca precolombiana. Questi credenti osservanti, così privi di senso critico, non avrebbero certamente disdegnato di compiere anche sacrifici umani, largamente praticati nel corso di quei riti, che oggi, con sufficienza, vengono etichettati come pagani.

Oggi i seguaci di altre religioni sono convinti di essere in possesso di verità assolute alla stessa stregua dei cattolici e giudicano i credenti nostrani fuorviati dalla dritta via che conduce al loro Dio. Per me sono tutti indistintamente fuorviati sia per la naturale vocazione dell’uomo che, trovandosi psicologicamente su di un piano inclinato, tende a scivolare senza accorgersene nella rete, sia perché, da che mondo è mondo, numerose ed agguerrite organizzazioni sono interessate a far credere che quella rete abilmente mascherata non è diretta ad intrappolare ma a trarre in salvo dalle acque turbinose del peccato. Il fatto poi che quasi tutti, dai primordi, si siano fatti salvare da quella rete, induce i più a credere che se gli altri, tra cui tanti uomini illustri, hanno di buon grado optato, vuol dire che è cosa buona e che quanto meno, male non fa. E’ l’effetto folla che induce a credere che se c’è folla non c’è inganno, che induce a non riflettere perché l’hanno già fatto gli altri per noi, nonchè l’effetto costumanza che, richiamando le masse alla memoria storica del ciò che è sempre avvenuto, induce a dimenticare che il mondo va avanti.

Atteso che tutto è relativo e le verità sono assolute solo per chi le professa, penso che a tutto concedere, non sia disdicevole cercare di penetrare l’arcano, attingendo direttamente dalla Bibbia quei contenuti, già interpretati dalla Chiesa Cattolica, per farne oggetto di commento, come potrebbe fare qualunque esegeta serio.

Si legge nella parte introduttiva della Bibbia, Ediz. Paoline, traduzione del P. Eusebio Tintori, che “questo nome” (origine etimologica: libro o meglio libri) “venne usato fino dai primi tempi del cristianesimo per designare il complesso dei libri che contengono la rivelazione divina e si applica al volume che contiene questi libri e che rappresenta il libro divino per eccellenza, il quale per quanto tratti di diversi argomenti e sia scritto da diversi autori in lingua e stili diversi ha, in forza dell’ispirazione divina, per unico autore Dio e gode dal principio alla fine di una stessa inconcussa autorità divina”.

Quanto all’interpretazione, la Chiesa Cattolica dopo aver asserito che i libri sacri furono ad essa affidati affinché fossero conservati, afferma che tale compito, spetta esclusivamente ad essa affinché ne sia data spiegazione autentica. Non manca l’ammonimento a rifiutare qualunque altra interpretazione che possa “mettersi in contraddizione col sentimento veramente e rigorosamente unanime dei padri della Chiesa quando si tratta di questioni riguardanti la fede e la morale…..non dimenticando che si deve rifiutare ogni interpretazione contraria alla legge divina….. e che non si può ammettere alcuna contraddizione tra la scrittura rettamente interpretata e la vera scienza.

La Bibbia, considerata come un libro unico, si divide, dopo Tertulliano, in due grandi parti, chiamate Antico e Nuovo Testamento. Alla prima sezione appartengono i libri scritti prima di Cristo; alla seconda quelli scritti dopo”. L’Antico Testamento che è la letteratura sacra ebraica che abbraccia un periodo di circa 1500 anni “espone la storia, le condizioni e le leggi dell’alleanza stretta da Dio col popolo eletto per mezzo dei patriarchi e di Mosè; annunzia quindi e prepara la venuta del Redentore. Il Nuovo Testamento espone la storia, le condizioni e le leggi dell’alleanza eterna stretta da Cristo con gli uomini per mezzo del suo sangue.

La Chiesa del Concilio Vaticano, dopo aver dichiarato che i libri dell’Antico e Nuovo Testamento ……vanno ritenuti come sacri e canonici e divinamente ispirati, spiega” che ……“essendo stati scritti sotto l’ispirazione dello Spirito Santo, hanno Dio per autore e come tali sono stati affidati alla Chiesa”.

Io penso che si debba ricorrere all’interpretazione del pensiero dell’autore cristallizzato nel passo di un testo soltanto quando esso possa risultare non chiaro, ambiguo, addirittura buio, ma non certamente quando il senso del discorso ha un significato ben preciso ed univoco, che piaccia o non a chi, con fare tendenzioso, voglia addomesticarne il significato nel modo che possa risultare più confacente alle esigenze della fede.

L’antico aforisma “in claris non fit interpretatio” credo debba trovare applicazione tutte le volte che si voglia vincere la tentazione di chi voglia aggiungere, manipolare, indirizzare forzosamente e con una buona dose di fantasia il senso del discorso su sentieri che tradiscono il pensiero e l’intenzione del suo autore.

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