Diritto di critica e di interpretazione

By werehamster

Prima di dare l’avvio ad un discorso serio sul tema che stiamo per affrontare, indubbiamente di fondamentale importanza se è stato capace di stimolare l’intelligenza di un’infinità di filosofi, teologi, studiosi che sono venuti alla ribalta in secoli e secoli di storia, credo sia necessario stabilire dei punti fermi su cui far leva onde evitare divagazioni dispersive ed inconcludenti.

E’ necessario altresì stabilire se nella ricerca della verità l’uomo debba far uso o meno della ragione che lo contraddistingue e lo rende superiore a tutti gli altri esseri viventi. Io penso di si, come del resto gli assertori delle verità assolute, se è vero che sono stati scritti da questi fiumi di parole per dimostrare anche razionalmente l’esistenza di Dio e dell’anima. Dato che la rivelazione non ha bisogno di dimostrazioni ma soltanto di qualche giochetto interpretativo, bisogna convenire che sicuramente la voluminosissima letteratura sacra è stata scritta per dimostrare la validità delle argomentazioni poste a base della credenza religiosa e risolvere così in positivo l’enigma avanzato dal dubbio. I nomi famosi di personalità del mondo della cultura che si sono cimentati in proposito non si contano.

Se così stanno le cose, vuol dire che è stata la Chiesa Cattolica stessa a scegliere l’ulteriore campo su cui confrontarsi per dimostrare, attraverso la conferma razionale delle cosiddette verità di fede, la veridicità del proprio assunto. Sono ben lieto di affrontare questo tipo di discorso per dimostrare razionalmente sia l’assurdità delle verità rivelate (rivelazione biblica), sia l’assurdità delle prove poste a base dell’asserita esistenza di Dio e dell’anima (prova razionale).

In mancanza di dati di base certi da cui partire per arrivare, su un piano di rigorosa consequenzialità logica, alla dimostrazione inconfutabile del proprio assunto, soccorre per la Chiesa la rivelazione: diretto contatto tra Dio e gli uomini, come nel Vecchio Testamento e, tramite il Messia inviato da Dio, come nel Nuovo Testamento. La prova razionale diventa così per la Chiesa l’elemento integrativo, il supporto aggiuntivo, l’ulteriore stampella volta a puntellare per altra via il grande edificio dottrinale che attraverso di esso porterebbe a Dio.

Le argomentazioni di cui si avvale la Chiesa per dimostrare l’esistenza di Dio e dell’anima si basano principalmente sulle scritture e quindi sulla Bibbia il cui contenuto è per essa verità assoluta. Le ulteriori argomentazioni sono dirette ad interpretare e spiegare gli accadimenti ed i fatti biblici in forma autentica fornita dall’alto magistero della Chiesa ed impedire così deformazioni ed alterazioni eresiache non in linea con l’insegnamento ex cathedra romana.

Dimostrazione per dimostrazione, atteso che non tutti gli uomini sono credenti acritici, ed atteso altresì che l’uomo non può servirsi che delle sue facoltà razionali per arrivare alla conoscenza, credo sia un diritto-dovere dell’uomo non soltanto passare al vaglio razionale, per riscontrarne l’attendibilità, quelle verità che secondo la Chiesa sono state rivelate da Dio, ma anche per vedere in assoluto se, a prescindere dalle cosiddette verità rivelate, Dio ed anima siano realtà oggettive oppure soltanto astrazioni della nostra mente da confinare nel mondo delle idee.

Si tenga presente che un principio di diritto processuale consolidato è quello secondo il quale è colui che afferma un certo fatto che deve fornire la prova e non certamente colui il quale lo nega, essendo di lapalissiana evidenza che è impossibile provare che un fatto non sia venuto ad esistenza. Così è possibile provare per testimoni che Tizio ha ammazzato Caio ma Tizio potrà mai provare con tale mezzo istruttorio di non averlo ammazzato. Il ricorso all’alibi che teoricamente invertirebbe l’onere della prova che grava invece su “l’eius qui dicit,” è un supporto probatorio complementare che, nell’esigenza suprema di giustizia, tenderebbe a far disattendere gravi e pesanti indizi o a smentire testimonianze sulla cui affidabilità, molte volte, c’è da fare molte riserve.

Ergo, è colui il quale afferma l’esistenza di Dio e dell’anima che deve fornire la prova inconfutabile di questa sua affermazione e non certamente chi la nega. Quando si fornisce la prova, sia perché si sia arrivati alla scoperta direttamente (ipotesi impossibile), sia perché si sia arrivati attraverso la rivelazione contenuta nelle scritture, chi contesta l’assunto (esistenza di Dio e dell’anima) ha il diritto-dovere di verificare razionalmente i tanti elementi probatori posti a fondamento per arguirne se siano o meno attendibili. Ma c’è di più. Senza voler invertire l’onere della prova, cercherò di dimostrare, attraverso tutta una serie di considerazioni, che Dio e l’anima non esistono e che, qualora in ipotesi, fosse vero il contrario, Iddio si è mai interessato dell’ uomo, entità talmente infinitesimale nell’immensità dell’universo da essere uguale a zero e quindi non iscritto a libro mastro. Altro che centro dell’universo!!

Se si vogliono evitare le divagazioni dispersive ed inconcludenti di cui all’esordio, è necessario stabilire un altro punto fermo. A prescindere da quelle che sono state nel passato le interpretazioni date dai padri della Chiesa Cattolica al testo della Bibbia, chiunque può modestamente trarre nozione dei fatti genuinamente raccontati già in modo comprensibile e trarre le proprie conclusioni.

Il dire che alcuni fatti della narrazione, già di per sè esposti in forma chiara e precisa, vanno interpretati senza che ce ne sia bisogno, sulla scorta di una pretesa sottintesa allusione ad altro di non facile comprensione per gli sprovveduti in materia teologica (allegoria, metafora), nonché l’ammonimento ad “interpretare la sacra scrittura secondo il senso tenuto dalla Chiesa sì da non mettersi in contraddizione col sentimento veramente e rigorosamente unanime dei padri della Chiesa, quando si tratta di questioni riguardanti la fede e la morale”, rappresentano sbarramenti pretestuosi e di parte che non possono non suonare come offesa all’intelligenza del lettore. Come dire, c’è un messaggio ed anche se è chiaro il significato, tu credente devi intenderlo nel modo che dico io, avendone solo io la chiave di lettura; quindi io, parte in causa, non soltanto affermo certe verità assolute ma ne do la prova attraverso fantasiose interpretazioni deformanti delle scritture e ti dico, erigendomi a giudice, che costituiscono valido supporto probatorio in assoluto del mio assunto.

Io che non sono credente, al contrario, sento di avere il diritto-dovere di difendere me stesso e gli altri da possibili mistificazioni (c’è nulla che possa garantire il contrario), di esaminare quindi le prove fornite con le scritture, valutarne la portata ed osservare fino a che punto siano plausibili, avuto riguardo alle possibili contraddizioni ed all’eventuale contrasto con le verità scientifiche.

C’è il detto che non ci sia peggior sordo di chi non voglia intendere e quindi, alla stregua dello stesso, il credente può non porsi affatto il problema, continuare ad accettare tutto in modo acritico ed, intruppato nel gregge, continuare a farsi guidare dove vuole il pastore. Contento lui…..

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