Ricchezza e povertà

By werehamster

E’ mia convinzione che ricchezza e povertà appartengano al dualismo degli opposti come il bianco ed il nero, il bene ed il male, il finito e l’infinito per cui esiste ineluttabilmente l’una in quanto esiste l’altra, anche se caratterizzata da un rapporto matematico variabile che, sotto la spinta di componenti pressorie colossali, in un’economia mondiale oramai globalizzata, sfugge al controllo del singolo.

La ricchezza e la povertà sono legate alla natura dell’uomo ed alle sue valenze intellettive, ragion per cui sono destinate a modulare in futuro le sue condizioni di vita, come lo è sempre stato per il passato. L’eguaglianza è un punto quasi inafferrabile di equilibrio, fugace ed incerto; tutto il resto è squilibrio, in più o in meno.

Tendere allo sviluppo, come in ogni società moderna, ma all’insegna dell’eguaglianza, è un sogno utopistico per molti anni vagheggiato dai propugnatori dell’ideologia comunista la quale è miseramente fallita perché i teorici del sistema non avevano tenuto conto del fatto che presupposto indispensabile alla sua realizzazione, non raggiunta e non raggiungibile, nonostante la pia illusione dell’indottrinamento, è la presenza di una società perfetta.

Eliminato dai regimi comunisti lo stimolo del profitto, tutti si sono adagiati nella comoda posizione del poco ma sicuro dato dallo Stato, in cambio del minor dispendio possibile di energie: poco pane, poco lavoro. Appiattimento al basso quindi, dato che mancando il premio alla solerzia, all’intraprendenza ed all’inventiva, salvo eccezioni, tutti giocano a fare il meno possibile.

In una scommessa dell’impossibile, leggi severissime hanno cercato di invertire la tendenza ma senza successo.

Non esiste, a mio avviso, un sistema perfetto ma quello capitalista e di libero mercato realizza il meno peggio e, se temperato da precise regole, quanto di meglio nel meno peggio.

Mi sia consentita una considerazione. Pare che le economie mondiali si reggano sullo sviluppo continuo che è dato dall’incremento annuale del pil rispetto all’anno precedente, in una gara inarrestabile fra Stati diretta a guadagnare i primi posti. Dato che più sviluppo significa incitamento a consumare di più per produrre di più, ma anche più distruzione dell’ambiente e più inquinamento in una sorte di gara senza fine, io mi chiedo quale sia il destino della terra e dei suoi abitanti non appena tutti quei paesi che oggi vengono etichettati di terzo mondo riusciranno ad entrare nel gioco della crescita a tutti i costi da protagonisti di maggior rispetto. Sarà un gioco forsennato al suicidio collettivo.

Mi sia consentita una ulteriore considerazione che forse è in contrasto con i principi basilari delle leggi dell’economia. Credo sia meglio arrestare la crescita demografica nel mondo se non ridurla addirittura drasticamente ed assestarla ai livelli di 40-50 anni fa, indi: educare al consumo senza sprechi; aiutare i paesi poveri che proprio in quanto poveri hanno meglio conservato la natura oggi in pericolo, (in Africa, Asia, America del sud), a guadagnare un tenore di vita che sia più confacente con la dignità di ogni persona civile; scambiare, a condizioni di favore, i prodotti dell’industria inquinante dei paesi molto sviluppati che oramai hanno già colonizzato tutto e modificato se non distrutto l’ambiente, con quelli di un’agricoltura da valorizzare dei paesi più arretrati ma ancora ricchi di natura allo stato selvatico da conservare quale patrimonio di tutti (l’Amazzonia ed i tanti territori dell’Africa e dell’Asia con quel che rimane della flora e della fauna); armonizzare l’economia mondiale, oggi assurdamente gestita all’insegna della lotta all’ultimo sangue per avere più mercato e più denaro, in un sistema globale integrato, più sensato e più umano che consenta di produrre e scambiare tra aree industriali già presenti nel mondo ed aree agricole estese di quel tanto sufficiente a non compromettere gli ultimi avanzi dei paradisi della natura, come se il mondo abitato facesse parte della grande confederazione di stati di un unico grande paese; salvare il mare dall’inquinamento e sottrarre la sua fauna alla pesca selvaggia; sensibilizzare i governi dei tanti paesi in lotta a bandire gli odi e seguire l’esempio, anche se con molte riserve, offerto dall’Europa occidentale la quale pare abbia capito che i problemi non si risolvono con le guerre ma con una saggia amministrazione e gestione delle proprie risorse; educare i vari popoli a contenere il livello demografico mondiale sui 5-6 miliardi di esseri umani, puntando decisamente, senza pregiudizi, sul controllo delle nascite.

Allo stato attuale delle cose non si può impedire ai paesi poveri di cercare di emergere come possono, non senza distruggere ed inquinare con industrie che hanno già invaso in varia misura i cinque continenti.

D’altra parte non si può pretendere di preservare e conservare quello che rimane di una natura ancora intatta se è in gioco la loro sopravvivenza, come non si può pretendere che paesi già poveri adottino accorgimenti tecnici e misure dai costi non sostenibili ( depuratori, sostanze biodegradabili, filtri ecc.), intesi a contenere l’inevitabile inquinamento dei complessi industriali in via di espansione. Così stando le cose, la risposta non può essere che molto dura: è troppo facile battersi in difesa della natura quando, con la pancia piena, ci si dimentica di chi lotta per la sopravvivenza contro lo spettro della fame.

Di fronte a certe immagini offerte dalla televisione che evidenziano in modo eloquente quanto preoccupante sia l’influenza nefasta dell’uomo sulla natura, al punto da mettere in pericolo di estinzione, in un mondo sempre più pattumiera, migliaia di specie e la qualità stessa della vita, credo sia improcrastinabile un nuova presa di coscienza ed un ravvedimento operoso che segni una svolta netta rispetto al passato.

In natura esiste qualche società perfetta soltanto perché governata dall’istinto che è proprio degli esseri che noi chiamiamo inferiori. L’esercito delle api e della formiche ad esempio, inquadrate appunto dall’istinto, si muovono all’interno dei ruoli assegnati dalla natura con una disciplina, un tempismo, una solerzia, una concordia, una solidarietà da suscitare ammirazione ed invidia nel contempo.

Non uno dei componenti dello sciame o del gruppo che si sottragga ai suoi doveri. Tutti partecipano instancabili al lavoro finché c’è luce sufficiente in un viavai continuo che non ammette soste; c’è chi provvede ad assicurare la continuità della specie e chi provvede alla cura dei piccoli di tutta la comunità, non si azzuffano tra di loro perché manca il motivo (nessuno che faccia il prepotente od il furbo), si aiutano e soccorrono a vicenda in caso di infortunio, tutti accumulano riserve comuni da consumare poi insieme e quindi non uno che accumuli solo per se e chiuda la porta a chiave.

Unico neo, combattono fianco a fianco contro gli intrusi, anche se della stessa specie.

Se si escludono queste colonie di insetti capaci di immagazzinare grosse scorte di cibo e qualche animaletto che pure fa qualche piccola riserva (scoiattolo), tutti gli altri esseri viventi hanno la grande ricchezza dell’eguaglianza, dovuta proprio alla loro povertà che li induce a procacciarsi il cibo giorno dopo giorno e con gli stessi mezzi forniti dalla natura, ogni qualvolta i crampi della fame li inducono all’azione, ed al fatto di possedere, quando ce l’ hanno , un solo rifugio, lo stesso tipo di tana o lo stesso nido, a seconda della specie che li contraddistingue.

L’uomo, unico essere dotato di cervello ed intelligenza superiore, distante anni luce dal più intelligente degli altri esseri viventi, è riuscito a dominare incontrastato tutto quanto esista in natura, a piegarlo alle proprie esigenze e soprattutto ad appropriarsi di tutto quanto gli venga a tiro, in una gara all’arricchimento che non conosce limiti. Ci sono individui i quali hanno proprietà talmente smisurate da possedere da soli, quanto milioni di persone messe insieme.

La tendenza di ogni uomo è quella volta ad accumulare all’infinito, per vie lecite o illecite, beni e risorse, per sè e per i suoi, che solo le leggi, arma inventata dai probi e dagli onesti per difendersi da quelli che non lo sono, cercano di contenere, modulare ed armonizzare secondo regole dettate dalla cultura del gruppo, sempre legate al tempo ed al luogo.

La società civile ha poi creato i sistemi burocratici e giudiziari a difesa della ricchezza, la quale, in sè e per sè, non è immorale se viene investita, secondo le regole del gioco, in attività che servono a creare lavoro e produrre altra ricchezza. La tendenza a togliere agli altri per avere di più è stata poi temperata da leggi dettate dalla sensibilizzazione verso i bisogni di chi non ha e dall’incitamento a dare piuttosto che a ricevere in nome della solidarietà umana ma, egoisticamente, anche della esigenza di assicurare la pace sociale altrimenti messa in pericolo.

Non mancano nella storia dei popoli esempi di sanguinose rivoluzioni scatenate proprio da quelle caste che, assetate di ricchezze e di piaceri, hanno tirato sconsideratamente troppo la corda.

La Chiesa non condanna la ricchezza; ricca essa per prima, continua ad accumularne e, dimenticando di dare l’esempio, ha parole dure contro chi rifiuta di donare a chi ha fame.

Io non credo che con le donazioni si possano risolvere i problemi della povertà nel mondo, aggravati, per i motivi a cui si è già accennato, dal numero sempre crescente di poveri che generano poveri.

Un proverbio, cinese se non vado errato, che rivela un grande senso di dignità, recita più o meno così: “non regalatemi il pesce ma insegnatemi a pescarlo”.

L’omaggio è cosa doverosa ed importante per superare un momento difficile a seguito di gravi calamità naturali, di una guerra che abbia prostrato l’economia di un paese, ma è deleteria e diseducativa se destinata a perpetuarsi, quale misura suppletiva, all’inerzia, alla negligenza ed alla mancanza di iniziative locali imputabili quasi sempre all’indirizzo politico di governi inetti, corrotti, irresponsabili e spendaccioni che ne reggono le sorti.

Mi è rimasto impresso nella memoria il fatto che Mobutu, capo di un paese poverissimo e sempre in guerra del Centro Africa, in occasione di festeggiamenti miliardari presso la sua corte, avesse spedito appositamente un grosso aereo a Parigi per andare a prelevare una torta da distribuire ai commensali. Non parliamo poi dei paesi poverissimi ma dotati di armamenti modernissimi dal costo proibitivo.

Per fare un paragone, si ripete per le popolazioni quello che accadrebbe in una famiglia povera e numerosa se genitori fannulloni, irresponsabili e spreconi dilapidassero le poche risorse disponibili per l’appagamento di loro manie e vizi personali, lasciando i propri bambini alla disperazione ed alla fame. Per umana solidarietà tutti si darebbero da fare secondo le proprie disponibilità per correre in aiuto dei piccoli, ma grande sarebbe la loro frustrazione se il frutto dei loro sforzi dovesse andare a finire nelle mani dei genitori i quali, col pretesto di essere essi, e non altri, i responsabili dell’amministrazione della casa , riuscissero a diventare essi stessi i gestori inaffidabili delle risorse destinate a ben altri più nobili scopi.

L’esperienza del passato insegna che i tanti miliardi stanziati e versati dalle Nazioni Unite ai paesi poveri non hanno risolto affatto i loro problemi per colpa dei loro governi che li hanno dilapidati per megalomania ed inettitudine.

Quando vedo per televisione eserciti dei paesi del terzo mondo dotati di armi modernissime, (missili, aerei, carri armati) con generali impettiti e soldati male in arnese che esibiscono sorridenti, tra moltitudini di straccioni, nastri di fucili mitragliatori ultimo grido portati a tracolla sulle due spalle ed incrocianti sul davanti, penso al gioco grande più di loro, praticato da un’umanità cresciuta solo nel corpo, immatura quanto ignara della portata del trastullo a cui è stata, purtroppo, subdolamente indotta.

Giocano inconsapevolmente con quanto i veri responsabili dei disastri nel mondo hanno messo nelle loro mani al posto degli arnesi per costruire il loro benessere e, col benessere, la pace.

Ricordo l’immagine apparsa in televisione tanti anni fa in occasione di un convegno internazionale per la pace nel mondo. Un gatto era sdraiato tra le zampe di un grosso cane sdraiato a sua volta, ed un topolino irrequieto si muoveva sulla testa del gatto facendogli il solletico, all’evidenza da lui molto gradito.

L’ammonimento era:“Se volete la pace nel mondo, assicurate ad ognuno il proprio boccone”.

Mi sia consentito uno sfogo. L’ammonimento in linea di principio è seducente, ma all’atto pratico tutto diventa difficile se non difficilissimo e quindi da relegare nel mondo dei sogni utopistici.

La condanna dell’uomo è proprio nella sua intelligenza non disgiunta dall’avidità e dall’egoismo.

Se non ci fosse stato l’uomo ad alterare gli equilibri biologici programmati dalla natura, la terra sarebbe oggi un paradiso in cui avrebbero spazio tutte le specie animali e vegetali presenti sul pianeta, in un’armonia perfetta fatta di paesaggi incontaminati e stupendi, ricchi di vita e di suoni, in una fantasmagoria di forme e di colori da relegare purtroppo nell’archivio di un mondo perduto.

L’uomo di oggi, capace di esprimere una potenza che si riteneva appartenesse una volta soltanto agli dei, ha colonizzato quasi tutto, ha inquinato e distrutto e, se continuerà a moltiplicarsi ed a moltiplicare i suoi interventi dissennati sull’ambiente che lo ospita, diventerà, fra non molto, il padrone assoluto del deserto che avrà fatto intorno a sè in un processo di autodistruzione che suona quasi come una condanna inflittagli proprio da quell’intelligenza di cui andava orgoglioso.

Isolato sul pianeta che lo porta a spasso nell’angolino riservatogli nell’immensità dell’universo, in balia del suo destino, saprà l’uomo fermarsi in tempo? Non credo!

Ci vogliono molti uomini di buona volontà e molto tempo per curare le ferite già inferte e per costruire un futuro diverso che sia in armonia col tutto. Bastano pochi uomini ed un tempo brevissimo per demolire tutto. Quasi sempre, purtroppo, il potere è nelle mani di quelli che demoliscono!

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