Esaltazione religiosa e morte

By werehamster

A furia di imbottire la mente della gente, fin dalla più tenera età, di credenze quali quelle di un Dio che premia o punisce gli uomini a seconda che essi abbiano percorso la via della virtù o quella del peccato, nonché di un demonio che tenta di conquistare gli uomini al regno del male e che a volte bisogna cacciare con l’esorcismo dal corpo dell’invasato, capita talvolta che qualcuno, arricchendo quanto assimilato con sue personali fantasie, finisca per arrivare, in uno stato di delirante esaltazione religiosa, al punto di uccidere persino una persona cara per liberarla dalla possessione demoniaca ed offrirla a Dio.

            L’esaltazione religiosa, che è figlia di un’infinità di credenze distribuite nel mondo in un numero infinito di sette, gruppi e gruppuscoli più o meno organizzati in comunità, è arrivata al punto di sopprimere negli adepti ogni forma di controllo della propria volontà che, soggiogata dal capo in una specie di plagio collettivo, induce tutti alla morte, grandi e piccoli, secondo un programma di espiazione di massa.

            L’esaltazione religiosa a sfondo patriottico, frutto di un’abile manipolazione delle giovani menti, può indurre i militari ad immolarsi col sorriso sulle labbra, in omaggio alla convinzione che il loro sacrificio possa essere premiato da Dio con un paradiso ultraterreno riservato agli eroi. Fanno testo i kamikaze, giovani piloti votati alla morte attraverso l’impatto col proprio aereo carico di esplosivo sulla nave nemica, nonché i giovanissimi ragazzi iraniani che durante la guerra contro l’Irak, sprezzanti della minaccia di armi micidiali, andavano verso sicura morte, armati soltanto del loro coraggio.

            Nel beneventano, a Guardia Sanframondi, nel giorno di venerdì santo, durante la processione, molti uomini si percuotono a sangue sulle natiche e sulle gambe con delle spazzole munite di chiodi acuminati con cui si torturano in una specie di scena sadomasochista fatta di piacere e di dolore nell’offerta sacrificale al Cristo morto sulla croce.

            Nel lontano passato e forse ancora oggi, religioni meno evolute esigono sacrifici di vite umane, soprattutto di bambini da immolare sull’altare del Dio adirato o distratto per non parlare degli animali che a tutt’oggi vengono torturati e fatti morire dopo lunga agonia secondo un rituale crudele imposto dalla tradizione e supinamente accettato senza un barlume di resipiscenza volta a chiedersi un perché.

            Persino ai giorni nostri, se ben ricordo, in alcune contrade, nel corso di isterismi collettivi che si accompagnano a processioni e celebrazioni in piazza per il santo patrono, vengono torturati, evirati e poi uccisi dei poveri asinelli i quali hanno avuto soltanto la sfortuna di essere capitati nelle mani di gente invasata da oscuro fanatismo religioso.

            Tra le tante crudeltà verso gli animali è il caso di ricordare quelle perpetrate nelle corride legate pur sempre ad una ricorrenza religiosa, alla devozione per il santo a cui il torero si affida prima dell’incontro col toro.

            Mai una volta ho sentito prendere dalla Chiesa Cattolica una posizione decisa e vibrata a favore di poveri esseri indifesi, vittime innocenti della indifferenza e della barbarie umana. Ma, a ben considerare, non c’è da meravigliarsi che ciò avvenga.

            Se l’uomo, nonostante secoli e secoli di errori su errori da molte parti denunciati, continua a non aver rispetto per il proprio simile che, giornalmente, in tutte le parti del mondo tortura ed ammazza senza pietà, non vedo come si possa sperare nel rispetto per gli animali i quali, guidati dal solo istinto fornito loro dalla natura ma dall’uomo considerati esseri inferiori (Bibbia docet), hanno sicuramente qualcosa da insegnare: salvo casi rarissimi, non si ammazzano tra cospecifici.

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